lunedì 21 agosto 2017

Munyurangabo


Pellicola girata in un paese straziato da una ferita profonda che fatica a rimarginarsi, quel Ruanda con un genocidio come bigliettino da visita. Nel trattare una tematica delicata quanto poche, Lee Isaac Chung, regista americano con origini coreane, si presenta come una talentuosa novità. Questo film è il risultato di un corso da lui tenuto a Kigali, tratto da un soggetto di nove pagine scritto prima della partenza e poi reso pellicola in undici giorni con attori non professionisti, semplicemente gente del luogo che partecipava al progetto. Non che questi particolari diano più pregio all’opera, ma riescono a darci un’idea di ciò che è, ovvero nulla più che un film semplice, ma nel senso più positivo del termine.

La storia qui raccontata si presenta così: Munyurangabo, con la compagnia dell’amico Sangwa e di un machete rubato in un mercato, decide di viaggiare verso la capitale per vendicarsi dell’uomo che uccise suo padre durante il genocidio. Nel tragitto sostano nel villaggio natale di Sangwa, il quale sempre più a suo agio nel clima familiare, procrastina continuamente la partenza, infastidendo così Ngabo; pian piano il rapporto tra i due viene sempre più intaccato, anche a causa dell’odio verso gli Hutu instillato a Sangwa dal padre. Perché sì, Ngabo è Hutu e Sangwa Tutsi.
Eliminando qualche dettaglio dovuto al background, non sarei altro che obbligato a dare piena ragione a chiunque pensi che film con storie simili se ne sono visti a bizzeffe, senza poi contare che pure il finale che tende a ricalcare quel concetto della vendetta inutile ha un’ eco molto mainstream. Eppure, qui più che mai, non è tanto la storia a perplimere, quanto più il modo in cui essa viene espletata, raccontata e infine assimilata dallo spettatore. Qui sta il vero punto di forza di questa pellicola. Riagganciandoci al concetto di film valido perché semplice, possiamo vedere come la regia un po' grezza e la naturalità degli attori, oltre al concetto appena spiegato, giochino un ruolo chiave nel renderlo diverso da un film qualunque, nonché nel contestualizzare a dovere la situazione in cui il tutto è girato, tanto da far sì che la pellicola diventi parte stessa del territorio nella quale essa stessa è girata. L’insieme di queste cose dà all’opera un’aria di spontaneità che stupisce e rilassa al tempo stesso, questo perché è qualcosa di già visto, solo che ammirato secondo un’altra prospettiva. Nel profondo sempre uguale, ma differente nell’esterno.

C’è un punto del racconto sul quale aleggia un’aura di incomprensione, e che quindi necessita di una spiegazione: il legame che esiste tra Sangwa e Ngabo. All’inizio della visione il nostro unico punto di riferimento sono i due già citati protagonisti, ed è su di loro che si posa la nostra attenzione, quindi ogni dettaglio più o meno esplicito che traspare dal loro comportamento viene da noi immediatamente captato e mentalmente immagazzinato come indizio di un probabile sviluppo futuro. Qui, appunto, subentra un qualcosa di inconsueto. Mi spiego: sono solo dettagli, si, irrilevanti quasi sicuramente, inaspettati per certo, ma sicuramente inspiegabili, e che, se conglobati, sembrano un’ “incontestualizzata” ricerca del contatto fisico tra i due che lascia presupporre che vi siano le basi per definire il loro un rapporto oltre l’amicizia. L’uso delle virgolette su “incontestualizzata” ha il suo perché. Nella prima parte del film, questi atteggiamenti tra i due sembrano l’indizio principale sul quale concentrarsi, non tanto il tema del genocidio o l’ appartenenza a due diversi gruppi etnici dei protagonisti, questo è ciò che risalta realmente, ed è, specifichiamolo, un qualcosa che nei successivi sviluppi non ha alcun peso (visto che viene poi messo da parte per lasciare spazio alle tematiche appena citate) ma che si può interpretare come un segno di grande maturità da parte del regista, che ci mette su una falsa pista, conducendoci lontano da dove realmente dobbiamo arrivare, per poi riportarci verso le vere tematiche del film. Qualcosa che può quasi disorientare, ma che non affligge la visione/comprensione del film perché, ripetendomi, sono solo dettagli, seppur ingannevoli.
Essendo poi in tema di dettagli, pare ovvio concentrarsi sulla recitazione. Come già detto non vi è nemmeno la minima traccia di un attore professionista, sono tutte persone lontane e poco avvezze ai dettami del cinema, che con questa loro carenza tecnica arricchiscono il film con un aria di naturalezza. Espressione, gestualità, approccio ai dialoghi, tutti elementi recitativi ottemperati in una modalità totalmente personale e con la tipicità del retaggio culturale degli attori.
Grazie alla recitazione così naturale ed alla buona regia alcune scene sono rese in modo spettacolare e tra queste forse spicca quella dove il padre rimprovera Sangwa. Qui si rompe il ghiaccio. La regia si stacca dai canoni e mutua acquisendo personalità, dando come risultato una scena immateriale, che può essere vista come introduzione ad un’altra scena più cruda, sempre a questa correlata, ovverosia la messa alla porta di Sangwa in seguito alla rivelazione del vero intento del viaggio suo e di Ngabo. Simili nonostante essendo l’una l’opposto dell’altra, descrivono a pieno il personaggio del padre. Una scena però collide con quelle già citate, ed quella forse davvero più significativa in tutto il film, ovvero quella della poesia, anticamera del finale che contiene l’epifania di Ngabo. Se ci dovessimo solo affidare al significato di questo poema, credo che la scena risulterebbe perfetta, ma prendendola nel suo intero è contornata da un alone di finzione, dove abbiamo lunghi spazi vuoti tra un verso e l’altro, e un poeta, che nel recitarli pare intento a leggere un gobbo, il quale è realmente un poeta, oltre ad essere un pessimo attore. Viene quasi da dire che questa semplicità è un po' come un’arma a doppio taglio, dato che qui la vediamo mutare in ingenuità registica, che tende ad un risultato alla quasi decenza, cosa che abbassa la qualità complessiva e che contrasta con tante altre scene di indubbia valenza. Come già detto, nonostante tutto ciò ho apprezzato questa parentesi cinematografica, specialmente per il suo significato, un messaggio positivo, di speranza, che trasmesso con questa continua ripetizione di concetti pressochè uguali, seppur espressi con diverse parole, sembra quasi ipnotizzarci. Questa cosa deve essere realmente accaduta al protagonista, che, come visto nel finale, abbandona il sentimento di vendetta, e, dopo una sorta di trance o visione mistica nella quale intrattiene un profondo colloquio con il padre defunto, decide di tornare da Sangwa come viene mostrato nell’ultima inquadratura, la quale essendo inoltre piuttosto vaga lascia spazio a un finale alquanto aperto, dove non sappiamo se tutto è parte di quella visione/sogno, o se oppure è realtà.

Ad ogni modo, perdonare l’assassino di suo padre non vuole sembrare un segno di maturità e consapevolezza del solo protagonista, ma dell’intero paese, che seppure ancora ancorato al suo passato ed ai suoi errori vuole rialzarsi in piedi. Mi ripeterò nel dire che questa pellicola è profondamente legata al suo ambiente, e lo è forse quasi più di quanto sia legata ai personaggi della storia che racconta, legame tanto forte che viene da pensare che sia il Ruanda il vero protagonista, o se volessimo esagerare pure l’intero, struggente, continente africano,il quale vive e soffre nella forma umana di Ngabo.

mercoledì 21 giugno 2017

Haruka Nakamura, Twilight


È un po' come contorcersi.

È un po' come contorcersi ascoltare questa musica.

Perché è nostalgia, è emozione e penetra i nostri gusci e scalfisce l’anima, annichilisce e rende inerti. Quel connubio di suoni effettivamente è pure familiare, fa riaffiorare alla mente momenti simili a questo, e le stesse, seppur diverse, sensazioni, quel anodino struggersi, quella pelle scossa da brividi che sembrano scuoiarmi. Ho adorato tutto questo più e più volte e ancora una volta mi ritrovo a esserne succube. Qui è contenuto l’insieme delle cose che non capiamo, tutti questi dettagli che ci riducono in pezzi, dopo ogni nota di piano, dopo ogni verso cantato, secondo dopo secondo. Ma come può tutto questo provocare una tale pletora di emozioni? Saperlo non mi porrebbe in tali condizioni ad ogni ascolto, mi priverebbe di questo piacere, che è anche dolore, e nel complesso, una vera necessità, che spinge verso l’ignoto, ovvero la materia stessa di questa musica, che ci è appunto impossibile definire, perché elemento astratto e amorfo, sostanza che ci avvolge durante l’ascolto. Tutto si consuma nel arco di un crepuscolo, diverso però da quello a cui assistiamo quotidianamente, è un momento dove le nostre coscienze sublimano mentre le nostre menti vengono traslate oltre l’orizzonte, e non ci rimane altro che il nostro cuore, e tutto quello che esso contiene. Questo crepuscolo può essere ricreato in qualsiasi istante perché esso è trasducibile nell’insieme di emozioni che avvolgono lo stesso, quelle che associamo ad esso, quelle di cui siamo pervasi ogni volta che ci perdiamo nell’ammirarlo, ed è difatti la loro somma che crea un tramonto, che esiste perché esistono queste, che esiste perché è un concetto, e appunto per questo è reale non essendo reale, perché vero in un modo diverso, valido solo a noi, a noi uomini, o meglio, ad ognuno di noi uomini, per i quali ogni cosa è semplicemente ciò che sentiamo per essa. Cos’è però questo agglomerato emotivo che caratterizza un tramonto? È quella nostalgia di un qualcosa che non è mai accaduto, è un dolore gradevole, è sentirsi smarriti, è tante altre cose che ancora non hanno un nome. Tutto questo di sicuro non è qualcosa a noi noto, ma è qualcosa che possiamo comunque sentire, e poi descrivere con quelle poche parole che abbiamo, e magari pure dipingere, rendere immagine. Un tramonto sciolto su un cielo, un tramonto tangente all’ anima di ogni creatura, che, con la pacatezza dovuta ai suoi tempi, si posa su ognuna di esse, ricordandoci di ciò che non sappiamo.

Di Haruka Nakamura c’è solo una scarna biografia in inglese dalla quale si può solo capire che ha iniziato come autodidatta a suonare chitarra e pianoforte da giovane, esce poi il suo primo EP e non sappiamo più nulla riguardo alla sua carriera. Forse mi sono dilungato troppo a descrivere la sua musica, e non ho pensato a scrivere di più su di lui, forse appunto perché c’è poco da scrivere, e decisamente più da sentire e, forse, perché davvero non sapevo cosa scrivere e come scriverlo. Questo scritto non è altro che il risultato di mesi di lavoro, ed è stato preceduto da qualcosa come dieci bozze, tutte abbandonate perché incapace di completarle, di collegare ogni cosa nel modo giusto; e anche tutto questo sembra ora così terribilmente raffazzonato e senza un vero filo logico, tutto confuso e trattato poco nei dettagli, ma, nel complesso, sempre meglio di ogni bozza precedente. Non ho mai fatto tanta fatica nello scrivere qualcosa, e lo dico pur ammettendo di non aver mai scritto molto, ma, secondo i canoni su cui baso la mia scrittura, tutto questo ha assunto una difficoltà impensabile, un’odissea personale. Forse perché non ho mai scritto di musica (né mai pensato di farlo prima d’ora), forse perché poco portato per questo, e forse anche per qualche altro motivo che non riesco a spiegarmi, e che, più che sicuramente, non interessa a nessuno, forse nemmeno a me.

martedì 20 dicembre 2016

Manifesto


Parto col spiegarvi il perché di un manifesto. Manifesto è qui inteso come la necessità di controllo, in tutte le mie smanie caratteriali e nel mio essere lunatico. Il manifesto pone delle regole, ed è un segno distintivo, mi permette di rappresentare secondo dati limiti. Il manifesto è una necessità, uno schema, non voglio vantarmi o imitare, voglio solo acquisire una sorta di stile o di forma, senza esagerazioni. Un manifesto è una esperienza, che può racchiudere l’arco di una vita, ma che come quest’ultima ha un inizio e una fine. Mi chiedo se onestamente necessito di un vincolo. Preferirei sì essere più libero, ma è giusto anche nei confronti di chi, forse, mi leggerà, avere un stile piuttosto statico ma al tempo stesso personale, forse più personale che statico, credibile soprattutto, e non inutilmente pedissequo. Cerco di essere leggibile, e onestamente sono convinto sarà arduo per me esserlo. Credo che il mio “stile” (si, tra virgolette), parola con la quale intendo soprattutto il mio carattere, sia troppo variopinto, e dipeso dall’umore di un periodo, tanto breve dal passare dal zenit al nadir delle emozioni in un istante, e se la mia scrittura riflette il mio carattere, tutto ciò non può che turbare chi è intenzionato a seguirmi. E non è di certo solo il mio stile a mutare così rapidamente, ma lo sono anche i miei gusti, ad ogni modo, almeno di questo ne sono un po' orgoglioso. Quest’ultima cosa permette di avere tematiche più varie, ed è forse un punto a favore, sia per chi scrive, che per chi legge.


Ho deciso di aprire questo portale perché credo che la scrittura abbia un potere catartico, e sono certo che come sfogo è davvero necessario, nonostante io sia un po' restio all’idea di poter essere letto da qualcuno, ad ogni modo l'essere celato sotto il velo di anonimato che l'etere mi fornisce amplifica le mie intenzioni espressive. Anche per questa sorta di timidezza nell'esternami ho sempre scritto raramente, per cui ho poca esperienza, e per questo già mi scuso se i miei primi post saranno un po' illeggibili. Ad ogni modo sono piuttosto sicuro che col tempo sarò sempre più comprensibile, per cui vi domando un po' di pazienza per questo mio inizio in cui mi vedrete gattonare tra questi agglomerati di lettere e di parole, intento nel connettere il tutto nel maggior senso logico, e cercando così di imparare a camminare nella strada del buon scrittore. Iniziando a parlare in tema di contenuti, va detto che questo blog è un spazio totalmente personale nel quale intendo condividere opinioni, idee, pareri, qualche creazione, qualche scritto, o meglio, generalizzando un po', tutto quello che rientra nel mio campo di interesse, e per questo non ho intenzione di darmi alcun limite. Va comunque detto che perlopiù si parlerà di arte, ma non solo quella intesa come arte visiva, ma bensì di tutto quello che io concerno come arte, ad esempio musica, scrittura, poesia e via dicendo.



Per concludere, va fatta una piccola osservazione e delucidazione sullo scopo di questo manifesto, il quale è sì decisamente bizzarro. A un primo acchito questo sembra non contenere alcun dettame, regola o elenco di cosa verrà trattato e di come andrà affrontato ogni argomento, od almeno questo vale per chi è spettatore, per me invece è una sorta di Bibbia. Questi dettami sono presenti in questo stesso testo; il quale contiene il (un) mio stile espressivo, ed è in ogni parola ed in ogni riga, è il singolo e l’insieme di ogni cosa qui scritta. Sarà la necessità di conformità a spingermi a rileggerlo ogni qual volta ne sento il bisogno. Quando quello che scrivo prende forme sconosciute, amorfe e prive di significato e coerenza se confrontate con questo manifesto, allora sarà mio dovere ritrovare questo stile scrittorio e rifarlo mio ogni qual volta lo riterrò adatto. Il tutto è quindi affidato al mio buon senso. Detto questo spero comunque di avere il garbo di lasciare un po' di spazio anche a quei miei (forse) cari umori passeggeri, per non appiattire così ogni discorso. La fantasia espressiva, a mio avviso, deve essere sempre sovrana, e mai soggiogata e resa fantoccia, va semplicemente assecondata, deviata, incanalata, e infine plasmata secondo la forma che si desidera darle.

Ho cercato di sopprimere la mia prolissità e di essere quindi il più sintetico possibile, tagliando e sminuzzando il testo più e più volte, cercando di renderlo sempre più comprensibile, ma probabilmente necessito di più pratica nel scrivere. Nonostante tutto chiudo qui il manifesto, convinto di aver spiegato tutto il necessario, forse. Vi lascio, o meglio vi accolgo con questa citazione mutilata. Sicuramente necessaria per il futuro, anche se per ora sembra priva di significato.

Every process has a genesis...