mercoledì 21 giugno 2017

Haruka Nakamura, Twilight


È un po' come contorcersi.

È un po' come contorcersi ascoltare questa musica.

Perché è nostalgia, è emozione e penetra i nostri gusci e scalfisce l’anima, annichilisce e rende inerti. Quel connubio di suoni effettivamente è pure familiare, fa riaffiorare alla mente momenti simili a questo, e le stesse, seppur diverse, sensazioni, quel anodino struggersi, quella pelle scossa da brividi che sembrano scuoiarmi. Ho adorato tutto questo più e più volte e ancora una volta mi ritrovo a esserne succube. Qui è contenuto l’insieme delle cose che non capiamo, tutti questi dettagli che ci riducono in pezzi, dopo ogni nota di piano, dopo ogni verso cantato, secondo dopo secondo. Ma come può tutto questo provocare una tale pletora di emozioni? Saperlo non mi porrebbe in tali condizioni ad ogni ascolto, mi priverebbe di questo piacere, che è anche dolore, e nel complesso, una vera necessità, che spinge verso l’ignoto, ovvero la materia stessa di questa musica, che ci è appunto impossibile definire, perché elemento astratto e amorfo, sostanza che ci avvolge durante l’ascolto. Tutto si consuma nel arco di un crepuscolo, diverso però da quello a cui assistiamo quotidianamente, è un momento dove le nostre coscienze sublimano mentre le nostre menti vengono traslate oltre l’orizzonte, e non ci rimane altro che il nostro cuore, e tutto quello che esso contiene. Questo crepuscolo può essere ricreato in qualsiasi istante perché esso è trasducibile nell’insieme di emozioni che avvolgono lo stesso, quelle che associamo ad esso, quelle di cui siamo pervasi ogni volta che ci perdiamo nell’ammirarlo, ed è difatti la loro somma che crea un tramonto, che esiste perché esistono queste, che esiste perché è un concetto, e appunto per questo è reale non essendo reale, perché vero in un modo diverso, valido solo a noi, a noi uomini, o meglio, ad ognuno di noi uomini, per i quali ogni cosa è semplicemente ciò che sentiamo per essa. Cos’è però questo agglomerato emotivo che caratterizza un tramonto? È quella nostalgia di un qualcosa che non è mai accaduto, è un dolore gradevole, è sentirsi smarriti, è tante altre cose che ancora non hanno un nome. Tutto questo di sicuro non è qualcosa a noi noto, ma è qualcosa che possiamo comunque sentire, e poi descrivere con quelle poche parole che abbiamo, e magari pure dipingere, rendere immagine. Un tramonto sciolto su un cielo, un tramonto tangente all’ anima di ogni creatura, che, con la pacatezza dovuta ai suoi tempi, si posa su ognuna di esse, ricordandoci di ciò che non sappiamo.

Di Haruka Nakamura c’è solo una scarna biografia in inglese dalla quale si può solo capire che ha iniziato come autodidatta a suonare chitarra e pianoforte da giovane, esce poi il suo primo EP e non sappiamo più nulla riguardo alla sua carriera. Forse mi sono dilungato troppo a descrivere la sua musica, e non ho pensato a scrivere di più su di lui, forse appunto perché c’è poco da scrivere, e decisamente più da sentire e, forse, perché davvero non sapevo cosa scrivere e come scriverlo. Questo scritto non è altro che il risultato di mesi di lavoro, ed è stato preceduto da qualcosa come dieci bozze, tutte abbandonate perché incapace di completarle, di collegare ogni cosa nel modo giusto; e anche tutto questo sembra ora così terribilmente raffazzonato e senza un vero filo logico, tutto confuso e trattato poco nei dettagli, ma, nel complesso, sempre meglio di ogni bozza precedente. Non ho mai fatto tanta fatica nello scrivere qualcosa, e lo dico pur ammettendo di non aver mai scritto molto, ma, secondo i canoni su cui baso la mia scrittura, tutto questo ha assunto una difficoltà impensabile, un’odissea personale. Forse perché non ho mai scritto di musica (né mai pensato di farlo prima d’ora), forse perché poco portato per questo, e forse anche per qualche altro motivo che non riesco a spiegarmi, e che, più che sicuramente, non interessa a nessuno, forse nemmeno a me.