Pellicola girata in un paese straziato da una ferita profonda che
fatica a rimarginarsi, quel Ruanda con un genocidio come bigliettino
da visita. Nel trattare una tematica delicata quanto poche, Lee
Isaac Chung, regista americano con origini coreane,
si presenta come una talentuosa novità. Questo film è il risultato
di un corso da lui tenuto a Kigali, tratto da un soggetto di nove
pagine scritto prima della partenza e poi reso pellicola in undici
giorni con attori non professionisti, semplicemente gente del luogo
che partecipava al progetto. Non che questi particolari diano più
pregio all’opera, ma riescono a darci un’idea di ciò che è,
ovvero nulla più che un film semplice, ma nel senso più positivo
del termine.
La
storia qui raccontata si presenta così: Munyurangabo, con la
compagnia dell’amico Sangwa e di un machete rubato in un mercato,
decide di viaggiare verso la capitale per vendicarsi dell’uomo che
uccise suo padre durante il genocidio. Nel tragitto sostano nel
villaggio natale di Sangwa, il quale sempre più a suo agio nel clima
familiare, procrastina continuamente la partenza, infastidendo così
Ngabo; pian piano il rapporto tra i due viene sempre più intaccato,
anche a causa dell’odio verso gli Hutu instillato a Sangwa dal padre. Perché sì, Ngabo è Hutu e Sangwa Tutsi.
Eliminando
qualche dettaglio dovuto al background, non sarei altro che obbligato
a dare piena ragione a chiunque pensi che film con storie simili se
ne sono visti a bizzeffe, senza poi contare che pure il finale che
tende a ricalcare quel concetto della vendetta inutile ha un’ eco
molto mainstream. Eppure, qui più che mai, non è tanto la storia a
perplimere, quanto più il modo in cui essa viene espletata,
raccontata e infine assimilata dallo spettatore. Qui sta il vero
punto di forza di questa pellicola. Riagganciandoci al concetto di
film valido perché semplice, possiamo vedere come la regia un po'
grezza e la naturalità degli attori, oltre al concetto appena
spiegato, giochino un ruolo chiave nel renderlo diverso da un film
qualunque, nonché nel contestualizzare a dovere la situazione in cui
il tutto è girato, tanto da far sì che la pellicola diventi parte
stessa del territorio nella quale essa stessa è girata. L’insieme
di queste cose dà all’opera un’aria di spontaneità che stupisce
e rilassa al tempo stesso, questo perché è qualcosa di già visto,
solo che ammirato secondo un’altra prospettiva. Nel profondo sempre
uguale, ma differente nell’esterno.
C’è
un punto del racconto sul quale aleggia un’aura di incomprensione,
e che quindi necessita di una spiegazione: il legame che esiste tra
Sangwa e Ngabo. All’inizio della visione il nostro unico punto di
riferimento sono i due già citati protagonisti, ed è su di loro che
si posa la nostra attenzione, quindi ogni dettaglio più o meno
esplicito che traspare dal loro comportamento viene da noi
immediatamente captato e mentalmente immagazzinato come indizio di un
probabile sviluppo futuro. Qui, appunto, subentra un qualcosa di
inconsueto. Mi spiego: sono solo dettagli, si, irrilevanti quasi
sicuramente, inaspettati per certo, ma sicuramente inspiegabili, e
che, se conglobati, sembrano un’ “incontestualizzata” ricerca
del contatto fisico tra i due che lascia presupporre che vi siano le
basi per definire il loro un rapporto oltre l’amicizia. L’uso
delle virgolette su “incontestualizzata” ha il suo perché. Nella
prima parte del film, questi atteggiamenti tra i due sembrano
l’indizio principale sul quale concentrarsi, non tanto il tema del
genocidio o l’ appartenenza a due diversi gruppi etnici dei
protagonisti, questo è ciò che risalta realmente, ed è,
specifichiamolo, un qualcosa che nei successivi sviluppi non ha alcun
peso (visto che viene poi messo da parte per lasciare spazio alle
tematiche appena citate) ma che si può interpretare come un segno di
grande maturità da parte del regista, che ci mette su una falsa
pista, conducendoci lontano da dove realmente dobbiamo arrivare, per
poi riportarci verso le vere tematiche del film. Qualcosa che può
quasi disorientare, ma che non affligge la visione/comprensione del
film perché, ripetendomi, sono solo dettagli, seppur ingannevoli.
Essendo
poi in tema di dettagli, pare ovvio concentrarsi sulla recitazione.
Come già detto non vi è nemmeno la minima traccia di un attore
professionista, sono tutte persone lontane e poco avvezze ai dettami
del cinema, che con questa loro carenza tecnica arricchiscono il film
con un aria di naturalezza. Espressione, gestualità, approccio ai
dialoghi, tutti elementi recitativi ottemperati in una modalità
totalmente personale e con la tipicità del retaggio culturale degli
attori.
Grazie
alla recitazione così naturale ed alla buona regia alcune scene sono
rese in modo spettacolare e tra queste forse spicca quella dove il
padre rimprovera Sangwa. Qui si rompe il ghiaccio. La regia si stacca
dai canoni e mutua acquisendo personalità, dando come risultato una
scena immateriale, che può essere vista come introduzione ad
un’altra scena più cruda, sempre a questa correlata, ovverosia la
messa alla porta di Sangwa in seguito alla rivelazione del vero
intento del viaggio suo e di Ngabo. Simili nonostante essendo l’una
l’opposto dell’altra, descrivono a pieno il personaggio del
padre. Una scena però collide con quelle già citate, ed quella
forse davvero più significativa in tutto il film, ovvero quella
della poesia, anticamera del finale che contiene l’epifania di
Ngabo. Se ci dovessimo solo affidare al significato di questo poema,
credo che la scena risulterebbe perfetta, ma prendendola nel suo
intero è contornata da un alone di finzione, dove abbiamo lunghi
spazi vuoti tra un verso e l’altro, e un poeta, che nel recitarli
pare intento a leggere un gobbo, il quale è realmente un poeta,
oltre ad essere un pessimo attore. Viene quasi da dire che questa
semplicità è un po' come un’arma a doppio taglio, dato che qui la
vediamo mutare in ingenuità registica, che tende ad un risultato
alla quasi decenza, cosa che abbassa la qualità complessiva e che
contrasta con tante altre scene di indubbia valenza. Come già detto,
nonostante tutto ciò ho apprezzato questa parentesi cinematografica,
specialmente per il suo significato, un messaggio positivo, di
speranza, che trasmesso con questa continua ripetizione di concetti
pressochè uguali, seppur espressi con diverse parole, sembra quasi
ipnotizzarci. Questa cosa deve essere realmente accaduta al
protagonista, che, come visto nel finale, abbandona il sentimento di
vendetta, e, dopo una sorta di trance o visione mistica nella quale
intrattiene un profondo colloquio con il padre defunto, decide di
tornare da Sangwa come viene mostrato nell’ultima inquadratura, la
quale essendo inoltre piuttosto vaga lascia spazio a un finale
alquanto aperto, dove non sappiamo se tutto è parte di quella
visione/sogno, o se oppure è realtà.
Ad
ogni modo, perdonare l’assassino di suo padre non vuole sembrare un
segno di maturità e consapevolezza del solo protagonista, ma
dell’intero paese, che seppure ancora ancorato al suo passato ed ai
suoi errori vuole rialzarsi in piedi. Mi ripeterò nel dire che
questa pellicola è profondamente legata al suo ambiente, e lo è
forse quasi più di quanto sia legata ai personaggi della storia che
racconta, legame tanto forte che viene da pensare che sia il Ruanda
il vero protagonista, o se volessimo esagerare pure l’intero,
struggente, continente africano,il quale vive e soffre nella forma
umana di Ngabo.
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